Don Chisciotte della Mancia


Premetto doverosamente di non avere la velleità di recensire un pilastro della letteratura mondiale come il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, sul quale illustrissimi studiosi hanno dibattuto per secoli e scritto ponderose e dottissime esegesi; né posseggo quella sofisticata complessità stilistica che ormai sembra un requisito indispensabile per chiunque voglia cimentarsi nel raffinato campo della critica contemporanea (letteraria, musicale, artistica o culinaria che sia); tanto che al giorno d’oggi – mi si perdoni il gioco di parole – più che un saggio critico capita spesso di leggere un saggio criptico assai difficile da comprendere, almeno per le mie limitate capacità intellettive. E se questo è già duro da digerire quando ci si trova ad affrontare i sentieri impervi di un testo letterario, o della nona sinfonia di Beethoven, o dell’immenso genio del Caravaggio, diventa veramente inaccettabile quando si deve soltanto capire se al coltissimo degustatore un risotto coi carciofi è piaciuto o no (e chi se ne frega se a complicare il giudizio interviene la presenza di qualche sorta di contaminazione, o addirittura di un chutney – magari al mango; assai giustamente, una volta a Roma si diceva parla come magni e mai come adesso questa duplice esortazione a tornare alla semplicità delle cose sarebbe tanto giustificata quanto densa di significati).
D’accordo sto divagando, sono partito per la tangente come al mio solito, e comunque scagli la prima pietra chi di noi è del tutto immune da smanie narcisistiche e inconfessate pratiche di onanismo cerebrale; io certamente non lo sono, appunto.
Quelle che seguono, per chi avrà la gentilezza e la pazienza di leggerle, sono quindi soltanto delle personalissime, sintetiche impressioni che ho ricavato dalla lettura del libro, scritte nella speranza, un po’ presuntuosa, di invogliare chi non lo avesse ancora letto a farlo; e chi invece lo avesse già letto, magari tanto tempo fa, a riprenderlo in mano e raffrontare le sensazioni di oggi con quelle di allora.
Perché i libri importanti, quelli che ti arricchiscono non solo culturalmente ma anche umanamente, non basta leggerli una sola volta nella vita: a distanza di anni, e con qualche cicatrice in più, la stessa lezione può ben darti insegnamenti nuovi e del tutto diversi.

Il Don Chisciotte è un’opera voluminosa, il classico “mattone”, che però si legge con piacere e disinvoltura, grazie alla chiarezza e all’ironia della scrittura e a una trama dallo sviluppo sì articolato, ma non complesso; essa è strutturata in due parti, la prima – pubblicata nel 1605 – si conclude con una serie di epitaffi ed elogi funebri che potrebbero far pensare all’intenzione dell’autore di chiudere lì la storia (anche se la chiosa finale ariostesca, forse altri canterà con miglior plettro, sembrerebbe lasciare comunque aperto uno spiraglio alla possibilità, per altri scrittori, di raccogliere il testimone e riprendere il racconto).
In effetti, grazie al notevole successo della prima parte, il Don Chisciotte diventò agli occhi di alcuni una specie di gallina dalle uova d’oro, al punto che nel 1614 ne uscì una seconda parte, scritta da un certo Avellaneda (pseudonimo di un ignoto contemporaneo al quale, nonostante varie teorie, non si è mai riusciti ad attribuire identità certa) ma in aperta polemica con l’opera del Cervantes, di cui anzi venivano rilevate, e in qualche modo irrise, le incongruenze vere e presunte.
Sicché fu anche per difendere la propria opera, oltre che per continuarla, che l’anno successivo, nel 1615 appunto, Cervantes pubblicò la sua seconda parte, in aperta polemica con Avellaneda (che con ogni probabilità egli era convinto di aver identificato nel commediografo e scrittore Lope de Vega; forse con un po’ di coda di paglia, visto che nella prima parte, sia pure senza mai nominarlo, gli aveva indirizzato non poche allusioni ironiche). Tant’è che la seconda parte cervantina è veramente intrisa di critiche e canzonature nei confronti del libro di Avellaneda.
Interessante notare che, nella composizione del racconto, Cervantes interpone fra sé e la propria opera un complesso sistema di mediazioni, poiché il narratore non si presenta come la fonte diretta dei fatti descritti nel romanzo, ma piuttosto come un semplice compilatore di cronache narrate da altri autori, ovviamente fittizi; il più importante dei quali, tale Cide Hamete Benengeli, esplicitamente indicato come credente musulmano.
E’ questo un astuto espediente cui il Cervantes ricorre sia per porre una sorta d’intercapedine fra sé e il racconto – non è un caso se l’intera narrazione è permeata di ironia: ironico è lo sguardo dello scrittore, ironica è la luce che egli getta sulle umane vicende dei personaggi – sia per aver modo di prendere le distanze da talune idee e convinzioni decisamente poco credibili da parte dei personaggi, sia per scaricare – scherzosamente – su un miscredente la responsabilità di ciò che è narrato, nonché di alcune affermazioni non del tutto ortodosse dal punto di vista della dottrina cattolica dell’epoca (non va infatti dimenticato che il Concilio di Trento si era concluso da pochi decenni e ci si trovava dunque in piena Controriforma); così come, al tempo stesso, in alcuni casi l’espediente è utile anche nel senso contrario, cioè per evitare che all’autore possa essere attribuita la paternità di altre e opposte affermazioni, che ortodosse lo sono fin troppo.
Nonostante infatti Cervantes fosse – ovviamente – un cattolico convinto, qua e là nel romanzo si evince in maniera abbastanza chiara che la sua adesione al dettato del Concilio tridentino dovette essere tutt’altro che completa e incondizionata.

Di fondamentale importanza è sicuramente l’elemento di natura linguistica.
Sono sempre stato e resto tuttora convinto che un’opera letteraria vada possibilmente letta nella lingua in cui l’autore l’ha scritta (non parliamo poi delle poesie, per le quali qualsiasi traduzione, per quanto ottima, è un autentico affronto); e questo non soltanto perché ogni lingua possiede delle sfumature e delle sottigliezze lessicali che con la traduzione inevitabilmente si perdono, ma anche perché, sfruttando le ricchezze espressive del suo idioma, l’autore spesso ci trasmette un messaggio aggiuntivo di particolare efficacia sia ritmica che descrittiva, che può implicare – o quanto meno stimolare – le più diverse reazioni emotive (si pensi per esempio al Manzoni: La sventurata rispose – preludio della tragedia; Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo – regale dignità nel dolore più insopportabile; oppure, riferendosi ai soldati spagnoli, Insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, o Accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre – ironia).
E’ fin troppo evidente che simili sfumature vanno irrimediabilmente perse anche con la migliore delle traduzioni.
E questo discorso vale forse ancora di più per il Don Chisciotte, in cui il Cervantes gioca continuamente con i proverbi – tipicamente spagnoli – citati da Sancio Panza con frequenza tanto generosa quanto non sempre indovinata; o con gli strafalcioni lessicali, sempre dello stesso Sancio, il quale spesso volendo esprimere un concetto finisce col manifestarne uno del tutto diverso – se non addirittura opposto – pronunciando una parola identica, salvo che per una sola lettera, a quella che in realtà avrebbe dovuto utilizzare.
Per non parlare poi dell’inflessione dialettale, che pure nella versione originale costituisce un fondamentale elemento caratteristico del personaggio di Sancio Panza.
Purtroppo io non conosco lo spagnolo e d’altra parte, se anche fosse stato, la lettura in lingua originale di un libro tanto lungo avrebbe richiesto energie di molto superiori a quelle che personalmente sarei stato in grado, e anche disposto, a spendere.
Nella conseguente necessità di leggere in italiano, ho almeno avuto la fortuna di trovare una traduzione veramente notevole, qual è quella di Ferdinando Carlesi (risalente al 1933) per la “Biblioteca Romantica” di Mondadori, in cui la parlata dialettale di Sancio viene resa in un vernacolo toscano brioso e sicuramente convincente; l’uso dei toscanismi viene poi efficacemente esteso anche agli arcaismi tipici del linguaggio di Don Chisciotte, che il Cervantes si (e ci) diverte a rendere ampolloso e antiquato anche per la sua stessa epoca.

Se l’importanza dell’elemento linguistico è senz’altro primaria, ciò che ha reso veramente universale e immortale l’opera del Cervantes è la creazione di due figure – Don Chisciotte e Sancio Panza – che di fatto si sono trasformate in simboli; per quanto grossolano e inappropriato sia il ridurre il primo a icona della follia e dell’eroismo utopistico, e il secondo ad emblema dell’ingenuità e del buon senso popolare, non c’è dubbio che queste sono le etichette attribuite ai due personaggi dai milioni di lettori che si sono susseguiti in secoli di storia letteraria, e che hanno donato loro l’eternità.
Significativo a tale riguardo è, per esempio, che termini come donchisciottismo e donchisciottesco siano da tempo entrati a pieno titolo nei dizionari di molte lingue.
E’ chiaro che i tratti distintivi delle personalità dei due protagonisti sono assai più complessi e tra loro diversissimi, ed è proprio dalla loro giustapposizione che deriva un altro elemento di grande interesse dell’opera, densa di dialoghi che spaziano dal filosofico al venale, dal letterario al moralistico, dal cavalleresco all’amoroso – tutti comunque con un quid, più o meno consistente, di surreale.
Naturalmente il romanzo è popolato da un’infinità di altri personaggi minori, a volte momentanei coprotagonisti, altre volte comprimari, ed altre ancora stupefatti spettatori delle avventure dei due caratteri principali; ma tutti dipinti con sapiente e raffinata abilità descrittiva, tessere di un ampio e variopinto mosaico che raffigura assai efficacemente la ricchezza e la complessità della natura umana – ma anche, e non di rado, la sua grettezza e la sua meschinità.
Non bisogna infatti pensare che il Don Chisciotte racconti soltanto del bizzarro hidalgo mancego e del suo proverbioso scudiero: nella prima parte del romanzo vi sono molti capitoli – in cui i due non compaiono affatto – dedicati a storie del tutto indipendenti e separate dalla trama principale, cui sono collegate per il solo fatto che riguardano, direttamente o indirettamente, alcuni dei personaggi minori.
Gli inserti con queste “storie indipendenti” spariscono invece nella seconda parte, in cui il focus è esclusivamente centrato sulle vicende dei due eroi; forse anche per via della foga cervantina nel confutare l’odiata, apocrifa versione dell’Avellaneda.
Non che nella seconda parte la presenza di queste storie parallele manchi del tutto, ma in ogni caso esse sono strettamente correlate alla trama principale.

E’ comunque innegabile che l’elemento principale del romanzo è rappresentato dalla follia di Don Chisciotte; follia non congenita, ma autoindotta: a forza di dormir poco e di legger molto, gli si prosciugò talmente il cervello, che perse la ragione. Gli si riempì la fantasia di tutto quello che leggeva nei suoi libri: incanti, litigi, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste e stravaganze impossibili; e si ficcò talmente nella testa che tutto quell’arsenale di sogni e d’invenzioni lette ne’ libri fosse verità pura, che secondo lui non c’era nel mondo storia più certa.
Qui s’innesta a buon diritto un altro degli elementi tipici del Don Chisciotte, e cioè la polemica innescata dal Cervantes nei confronti di una (buona) parte della letteratura cavalleresca – che a quel tempo riscuoteva grande successo – non tanto per la sua evidente mancanza di veridicità, quanto per la sua totale assenza di verosimiglianza.
Come giustamente sottolineato da Cesare Segre, ciò che Cervantes stigmatizza non è insomma la passione per i libri di cavalleria, ma la confusione della letteratura con la vita; perché ciò significa “confondere l’ideale con la sua esplicazione materiale, il movente col gesto, il fine con la sua celebrazione”.
E’ proprio questo l’aspetto centrale della follia di Don Chisciotte: l’incapacità di rapportare alla realtà i suoi ideali cavallereschi.
Ed è interessante notare come il Cervantes limiti e circoscriva la follia del suo personaggio a tutto ciò che in qualsiasi modo riguardi la cavalleria, mentre invece per ogni altra questione il gentiluomo mancego appare non soltanto perfettamente normale, ma anzi assai colto e saggio (si vedano, soltanto per fare uno tra i tantissimi esempi possibili, le pagine con i consigli impartiti a Sancio Panza, in procinto di assumere la carica – burlesca – di governatore dell’isola di Baratteria – II, cap. 42-43).
Il vero problema, per la doppia personalità di Don Chisciotte, è che quasi sempre la parte folle prevale sulla savia: egli inquadra ogni situazione della vita quotidiana sotto la prospettiva cavalleresca, e quindi il suo sguardo sulla realtà non è quello di un uomo lucido, ma quello di un uomo reso demente dalle sue manie letterarie.
Nella seconda parte del romanzo, poi, l’inizio di una pur lontana e ancora sfumatissima consapevolezza della propria follia (consapevolezza che diverrà reale e completa soltanto in punto di morte) ma soprattutto la graduale presa di coscienza della inanità delle sue imprese cavalleresche, fanno assumere alla figura di Don Chisciotte una dimensione quasi tragica – accentuata dal trattamento condiscendente, ma beffardo e derisorio, che diversi altri personaggi riservano al povero cavaliere: si pensi al baccelliere Sansone Carrasco e, soprattutto, ai duchi che ospitano lungamente Don Chisciotte e Sancio al solo scopo di procurarsi divertimento, mettendo i due alla berlina con continue burle e scherzi in apparenza innocui ma sostanzialmente perfidi.
E’ però probabilmente l’episodio del leone (II, cap. 17) a fornire più di ogni altro l’emblema della frustrazione del povero Don Chisciotte, il quale nell’affrontare la belva con coraggio e sangue freddo, la vede reagire stiracchiandosi, sbadigliando, e infine mostrandogli il deretano; al nostro eroe, così umiliato e dileggiato, ciò che viene negato non è dunque soltanto il successo in sé, ma addirittura la stessa possibilità di conseguirlo.

Legato da un rapporto di piena complementarietà al personaggio di Don Chisciotte è quello del suo scudiero Sancio Panza: tanto il primo è squinternato, folle (ma a tratti anche saggio) quanto il secondo è dotato di buon senso, ma ingenuo e credulone.
Importante caratteristica della figura di Sancio è la sua venalità, il suo agire in base al calcolo del beneficio materiale che di volta in volta potrà derivargli: elemento, questo, che forse lo differenzia più di ogni altro da Don Chisciotte, che è invece mosso esclusivamente dal suo ideale cavalleresco assurdo ma del tutto disinteressato.
E se questa venalità all’inizio del romanzo rientra tutto sommato nei limiti del normale (sebbene per convincere Sancio a seguirlo il cavaliere debba promettergli lauti guadagni e addirittura un remunerativo incarico di governatore di una imprecisata isola, che egli è sicuro di ottenere in premio per le proprie imprese) con il procedere della narrazione diventa sempre più evidente, e non a caso ciò avviene in parallelo con il processo di “dedonchisciottizzazione“, che nel corso della storia porta lo scudiero da una iniziale completa sottomissione psicologica nei confronti di Don Chisciotte, ad una sua graduale, completa affrancazione; anche se la lealtà e la fedeltà non ne vengono mai scalfite, né tanto meno messe in discussione.
Ma è proprio sotto l’aspetto del buon senso, e cioè della sua peculiarità più distintiva, che Sancio Panza subisce, tra la prima e la seconda parte, la sua più grande trasformazione; perché – grazie anche ai consigli e agli insegnamenti di Don Chisciotte – il suo buon senso finisce col diventare vera e propria saggezza, che da base e motivazione delle singole azioni assurge a stile e filosofia di vita.
Un efficace tratteggio della figura di Sancio, della relazione di questa con quella di Don Chisciotte, e della raffinata profondità dell’analisi psicologica cervantina, viene disegnato dal genio e dalla penna eccelsa di Victor Hugo: “Con Cervantes, debutta clamorosamente un nuovo arrivato, già intravisto in Rabelais: il buon senso. Lo abbiamo percepito in Panurge, lo vediamo chiaramente in Sancio Panza. Giunge come il Sileno di Plauto, e anch’egli può dire: sono il dio in groppa a un asino. La saggezza immediatamente, la ragione molto più tardi; è qui la strana storia della mente umana. Che cosa c’è di più saggio di tutte le religioni? Che cosa di meno ragionevole? Vere morali, falsi dogmi. La saggezza è in Omero e in Giobbe; la ragione, come deve essere per vincere i pregiudizi, ossia formata e pronta alla battaglia, non arriverà che con Voltaire. Il buon senso non è la saggezza, e non è la ragione; è un po’ l’una e un po’ l’altra, con una sfumatura di egoismo. Cervantes lo mette a cavallo dell’ignoranza, e allo stesso tempo, portando a compimento la sua profonda derisione, dà come cavalcatura all’eroismo la fatica. In questo modo mostra uno dopo l’altro, uno insieme all’altro, i due profili dell’uomo, e ne fa la parodia senza maggior pietà per il sublime che per il grottesco. L’Ippogrifo diventa Ronzinante. Dietro il personaggio equestre, Cervantes crea e mette in marcia il personaggio asinino. L’Entusiasmo comincia la campagna, l’Ironia lo segue passo a passo. Le grandi imprese di Don Chisciotte, i suoi colpi di sperone, la sua grande lancia in resta, vengono giudicate dall’asino, esperto di mulini. L’invenzione di Cervantes è così magistrale che, tra il tipo umano e il quadrupede che lo completa, s’instaura un’aderenza statuaria; il ragionatore, come l’avventuriero, fa tutt’uno con la bestia che gli è propria, e non è più facile disarcionare Sancio Panza che Don Chisciotte. L’Ideale, in Cervantes, è presente come in Dante; ma viene trattato come Impossibile e schernito“.

E’ lecito a questo punto chiedersi quale sia il messaggio conclusivo, forse il più profondo, che Cervantes ha inteso trasmettere con il suo romanzo; quale la vera portata, il reale significato, della follia di Don Chisciotte.
A tale riguardo può essere utile rilevare che nell’evoluzione del racconto, nel passaggio dalla prima alla seconda parte, si assiste a un’ulteriore novità narrativa: dall’ambito essenzialmente “domestico” delle prime imprese (che si svolgono tutte non lontano dal paese di origine dei due protagonisti) l’azione si estende in tutta la Spagna, per sconfinare – almeno nella fantasia del cavaliere e del suo scudiero – in luoghi fantastici: terra, mare, cielo, addirittura l’oltretomba.
Questo mutamento scenografico è solo apparentemente esteriore: ciò che va veramente cambiando è la realtà circostante e il grado di percezione che di essa hanno i personaggi – tutti, non solo i due principali.
Se infatti dapprima è tutto incentrato sulle fantasie di Don Chisciotte e sullo stravolgimento del reale che esse comportano, in seguito è lo stesso Don Chisciotte, vittima degli scherzi dei duchi e delle bonarie macchinazioni di Sansone Carrasco, a diventare l’oggetto delle fantasie altrui; il che rappresenta un radicale cambiamento di prospettiva, perché da un mondo filtrato da una sensibilità sì folle, ma nobile e profonda – qual è quella del gentiluomo mancego – si passa ad una visione della vita senz’altro più materiale e superficiale, qual è – appunto – quella dei duchi o di molti altri “sani di mente”.
Chi ci dice poi che anche costoro non siano a loro volta vittime di una commedia allestita a loro insaputa? Non è forse vero l’assunto shakespeariano, secondo il quale tutto il mondo è un palcoscenico, e noi non ne siamo altro che le fugaci comparse?
E in effetti non è sbagliato affermare che Cervantes intende comunicarci una concezione della vita come un teatro; si badi, non controllabile, bensì condizionante.
E’ ancora il Cervantes a parlare in prima persona, quando fa dire al “maggiordomo” di Sancio quelle parole che risuonano di una verità profonda: “le burle diventan cose da prender sul serio, e i burlatori rimangono burlati“.
Tutto questo ci conduce al nodo della questione, al paradosso privo di soluzione: se diversi sono gli occhi con i quali ciascuno di noi vede la realtà esterna, se diversa è la sensibilità con cui ognuno percepisce ciò che gli accade e lo coinvolge, chi – e sulla base di quali criteri – può essere definito pazzo, e chi sano di mente? E poi, in fin dei conti, la verità non è forse altro che un’illusione?
E’ questo un relativismo che fornisce combinazioni di possibilità e di rapporti potenzialmente infinite, e dunque muta drasticamente i parametri per giudicare, se non la sanità mentale di coloro comunemente ritenuti “normali”, almeno quella di Don Chisciotte.
Il quale Don Chisciotte, avvicinandosi alla morte, finisce con il rinsavire; affranto per il trattamento che la dura realtà ha riservato al suo entusiasmo cavalleresco, disorientato dai fallimenti, perde inaspettatamente la fede in ciò in cui fino a poco prima ha voluto credere, ad ogni costo e contro ogni evidenza – forse proprio per dare un senso alla sua esistenza.
Per questo il rinsavimento è anche la sua sconfitta; e anche perché, in un mondo fatto di inganni e apparenze, in cui la verità non è altro che una chimera poliedrica e inafferrabile, la pazzia è in fondo un’illusione confortante.

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Sfida accettata? Facebook e le catene di Sant’Antonio

Facebook, meraviglioso strumento che ci permette di esibire pubblicamente la nostra intelligenza e la nostra cultura, assolutamente superiori a quelle di chiunque altro.
Facebook, grazie al quale possiamo deliziare decine – centinaia – di amici (virtuali) con il nostro spirito mordace e la nostra impareggiabile ironia.
Facebook, in cui siamo tutti grandi esperti di politica, economia, diritto, calcio (ça va sans dire), letteratura, musica, moda, cucina e arte del ricamo.
Facebook, che mi consente di dare un minimo di visibilità a questo articolo, che altrimenti resterebbe meritoriamente sepolto in un blog cui nemmeno la mia povera affezionatissima mamma, se fosse ancora viva, si degnerebbe di dare mai un’occhiata; del tutto a ragione, peraltro.
Facebook, idilliaco ritrovo di noi inguaribili narcisisti, salvifico approdo per le nostre anime naufragate, sia lode a te e al grande Mark che ti diede la luce.
Però qualche volta dai anche l’impressione di volerci un po’ prendere in giro.
Appena appena, s’intende.
Prendi per esempio ‘sta faccenda delle catene di Sant’Antonio.
E in particolare dell’ultima, che impazza da alcuni giorni, la famosa “sfida accettata”; che, dicono, avrebbe perso il suo significato originario, che era quello di avviare una campagna di sensibilizzazione sulla lotta contro il cancro.
Nientepopodimeno.
In sintesi, la catena stabiliva inizialmente che si dovesse cambiare la propria immagine profilo sostituendola con un selfie in bianco e nero e scrivendo nel post “Sfida accettata”. Il bianco e nero della foto avrebbe dovuto sottolineare la perdita di colori nella vita dei malati di cancro. A chiunque mettesse un “like” o scrivesse un commento, l’autore del post doveva poi inviare un messaggio privato del seguente tenore: Dato che hai messo “Mi piace alla mia foto”, ora devi postarne una in bianco e nero, scrivendo “Sfida accettata”. Riempiamo Facebook di foto in bianco e nero per mostrare il nostro supporto alla battaglia contro il cancro. È questa la sfida. Quando i tuoi amici metteranno “Mi piace” al tuo post, invia loro questo messaggio.
Ora, ci sarebbero un sacco di cose da dire: su come si pensi di contribuire alla lotta contro il cancro in siffatta maniera; sul fatto che la presunta “sensibilizzazione” richiederebbe una conoscenza (e una conseguente presa di coscienza) che non solo poco avrebbero a che fare con la semplice condivisione di una catena di Sant’Antonio, ma sarebbero anzi con essa del tutto incompatibili; sul senso e sul vero significato del “partecipare a una sfida”; sui “colori” nella vita di un malato di cancro; ma divagheremmo e finiremmo troppo lontani, decisamente.
Sia come sia, tutta questa storia è – molto italianamente – finita a tarallucci e vino, con milioni di utenti Facebook intenti a pubblicare vecchie fotografie di quando erano ragazzini e ancora potevano mettersi le dita nel naso, senza dover aspettare di incappare in un semaforo rosso come invece sono costretti a fare adesso.
Qualcun altro, ancor più rozzo e offensivo – come il sottoscritto, ma confesso che ignoravo il vero scopo della catena – ha scioccamente pensato di essere più spiritoso degli altri, pubblicando fotografie che nulla avevano a che fare con i tempi andati della propria infanzia, ma si limitavano a richiamare in modo del tutto generico (e velleitariamente ironico) accadimenti come la fecondazione o la gravidanza.
Suscitando così le vibrate proteste di chi ha ritenuto irriverentemente vilipesa, tradita e violata la sacralità del nobile fine originario della catena della “sfida accettata”. Vedi, per esempio, questo sdegnatissimo articolo:

http://www.nanopress.it/tecnologia/2017/03/14/facebook-sfidaaccettata-la-catena-pro-cancro-rovinata-dal-narcisismo-social/166243/

Ora, io onestamente non so quali siano i reali intenti che si prefigge chi dà origine a queste catene di Sant’Antonio; mi dicono che non sempre si tratta di fini realmente elevati e nobili come si vorrebbe far credere.
Non voglio ovviamente dire che questo debba essere anche il caso di questa specifica catena, ma qualche domanda me la pongo lo stesso.
Anche perché ogni volta che sulle nostre bacheche cominciano a spuntare come funghi tristissime fotografie di bambini malati, non può non sorgermi spontaneo il sospetto che qualche vigliacco stia cercando di sfruttare in qualche modo il dolore altrui.
E in ogni caso il cancro non si combatte mettendo “like” o condividendo fotografie su Facebook.
Con buona pace dei moralizzatori da strapazzo che ora si indignano per il comico destino della catena della “sfida accettata”.

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La RAI, il Festival e l’impiegato modello

Non guardo il Festival di Sanremo da molti anni e sì, se volete un po’ snobisticamente, in effetti me ne faccio un vanto.
Le canzoni sono generalmente orrende, qualche volta appena passabili, molto (ma molto) raramente piacevoli.
Lo spettacolo è di una noia mortale, in sporadiche occasioni ravvivato da qualche ospite che sa cantare per davvero; volgarità e cattivo gusto imperversano, degnamente condensate anche nel variopinto pubblico in sala (per quanto mi riguarda non ci andrei neanche pagato).
È deprimente che per un’intera settimana in Italia non si parli d’altro, che giornali e reti televisive si rincorrano nel fare pronostici e distribuire improbabili pagelle ad altrettanto improbabili “artisti”: è il segno di un Paese provinciale e culturalmente arretrato, che il servizio pubblico televisivo avrebbe piuttosto il dovere di elevare, non di far ulteriormente regredire come invece fa, inseguendone la grossolanità del gusto anziché tentare l’impresa di raffinarlo.
Perché guardate che forse il gusto non può essere insegnato, ma senz’altro può essere educato e ingentilito; ma questa è (sarebbe) un’altra questione.
Tutto questo pistolotto per dire che, quando ho letto sui media del rilievo dato a un “impiegato modello” invitato al Festival per far sapere all’universo mondo che lui (l’impiegato modello) in tanti anni di onorato servizio presso il Comune di Catania non ha mai fatto (mai!) un solo giorno di assenza, un po’ incuriosito e un po’ preoccupato sono andato a cercarmi in rete il video di un tanto autorevole intervento (se ve lo siete perso, lo trovate al seguente link).

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/A-Sanremo-Salvatore-Nicotra-impiegato-catania-in-40-anni-nessun-giorno-di-assenza-appello-contro-Furbetti-mortificate-i-precari-2823da8e-658c-4634-8e8b-314df1f3f851.html

Ora, ci sarebbero tante, troppe osservazioni da fare su un discorso del genere; mi limiterò quindi a farne soltanto alcune, quelle stimolate di primo acchito dalla visione del filmato.
Tanto per cominciare, fin dall’inizio il signor Salvatore Nicotra (così si chiama l’impiegato modello) ha esibito nei confronti della De Filippi una deferenza tanto ossequiosa da apparire quasi servile; il che forse lascia indifferenti voi, ma a me invece mi manda letteralmente in bestia, sia per il tipo di atteggiamento in sé, sia – lo ammetto – per la profonda antipatia che provo verso la conduttrice (la quale, a quanto leggo, è da tempo diventata la vera padrona del Festival, ove sponsorizza in maniera spesso decisiva i “campioncini” sfornati dai suoi personali programmi televisivi, tutti trasmessi su una rete – privata – concorrente; ma guarda tu come va il mondo, eh?).
Poi, la premessa declamata dall’impiegato modello, e cioè l’invito a non generalizzare, è stata fatta per evidente dovere d’ufficio, ma era in realtà ben poco autentica e serviva soltanto per potere, poi, sparare a palle incatenate.
Che nel pubblico impiego esistano tanti, troppi “furbetti”, è purtroppo cosa ben nota e risaputa; ma è difficile credere che la loro percentuale sia di molto superiore a quella dei “furbetti” presenti in tante altre categorie di lavoratori (vogliamo aprire il capitolo dell’evasione fiscale? Meglio di no, vero?).
Anche per questo lascia basiti il fragoroso applauso tributato dal – virtuosissimo – pubblico dell’Ariston al nicotriano appello contro i suoi (ex) colleghi: tutti gli spettatori in sala a posto con la coscienza? E poi: possibile mai che in un Paese civile l’invito alla normalità (e cioè ad essere onesti e a non barare) debba suscitare tanto clamore da richiamare una simile ovazione?
Sia come sia, e al netto degli incessanti, commoventi richiami alla triste situazione dei giovani precari, il signor Salvatore Nicotra, e con esso la RAI, hanno voluto farci sapere che lui (l’impiegato modello) non ha mai fatto un solo giorno di assenza in tutta la sua carriera, che quando gli è accaduto di ammalarsi invece di mettersi in malattia come tutti i comuni mortali si è preso le ferie, e che nonostante tutto è andato in pensione (beato lui che almeno è riuscito ad andarci, io mica lo so) con 230 giorni di ferie non godute; e infine, ciliegina sulla torta, il signor Salvatore Nicotra, e con esso la RAI, hanno espresso l’opinione (rafforzata dal consueto, fragoroso applauso del – virtuosissimo – pubblico in sala) secondo la quale lavorare con la certezza di uno stipendio è un privilegio (forse in Italia ormai lo sarà anche diventato, ma proprio non dovrebbe essere così, no, proprio no).
A questo punto, voi pensatela come vi pare, ma per quanto mi riguarda mi sorgono due strani sospetti; sarà perché, come diceva quel tale, a pensar male probabilmente si fa peccato, ma si sbaglia di rado. E, quanto a pensar male, a me non mi batte nessuno.
Il primo sospetto è che, forse (dico forse, eh?) se non ha mai avvertito il bisogno di andare in ferie in vita sua, non è che il signor Salvatore Nicotra, in ufficio, si ammazzasse proprio di lavoro.
Il secondo sospetto è che, attraverso questa comparsata sul palcoscenico (ahimè) più seguito in Italia, si sia voluto surrettiziamente far passare un messaggio molto preciso, che a me non piace per niente.
Il messaggio secondo il quale il vero “lavoratore modello” in un futuro (futuro?) più o meno prossimo dovrà abituarsi ad entrare in ferie se si ammala, e comunque non dovrà rompere le scatole al datore di lavoro – che gli riconosce il privilegio di pagargli lo stipendio – rivendicando diritti desueti, che da un po’ si vuol far credere retaggio di tempi antichi e bui, ora fortunatamente superati.
Con buona pace del diritto al lavoro costituzionalmente garantito e della sua dignità; e con buona pace, soprattutto, del futuro dei nostri figli.
Perché questo, miei cari, era il vero nodo, e il vero scopo, dell’intervento dell’impiegato modello all’evento televisivo (ahimè) più seguito in Italia.

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