La RAI, il Festival e l’impiegato modello

Non guardo il Festival di Sanremo da molti anni e sì, se volete un po’ snobisticamente, in effetti me ne faccio un vanto.
Le canzoni sono generalmente orrende, qualche volta appena passabili, molto (ma molto) raramente piacevoli.
Lo spettacolo è di una noia mortale, in sporadiche occasioni ravvivato da qualche ospite che sa cantare per davvero; volgarità e cattivo gusto imperversano, degnamente condensate anche nel variopinto pubblico in sala (per quanto mi riguarda non ci andrei neanche pagato).
È deprimente che per un’intera settimana in Italia non si parli d’altro, che giornali e reti televisive si rincorrano nel fare pronostici e distribuire improbabili pagelle ad altrettanto improbabili “artisti”: è il segno di un Paese provinciale e culturalmente arretrato, che il servizio pubblico televisivo avrebbe piuttosto il dovere di elevare, non di far ulteriormente regredire come invece fa, inseguendone la grossolanità del gusto anziché tentare l’impresa di raffinarlo.
Perché guardate che forse il gusto non può essere insegnato, ma senz’altro può essere educato e ingentilito; ma questa è (sarebbe) un’altra questione.
Tutto questo pistolotto per dire che, quando ho letto sui media del rilievo dato a un “impiegato modello” invitato al Festival per far sapere all’universo mondo che lui (l’impiegato modello) in tanti anni di onorato servizio presso il Comune di Catania non ha mai fatto (mai!) un solo giorno di assenza, un po’ incuriosito e un po’ preoccupato sono andato a cercarmi in rete il video di un tanto autorevole intervento (se ve lo siete perso, lo trovate al seguente link).

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/A-Sanremo-Salvatore-Nicotra-impiegato-catania-in-40-anni-nessun-giorno-di-assenza-appello-contro-Furbetti-mortificate-i-precari-2823da8e-658c-4634-8e8b-314df1f3f851.html

Ora, ci sarebbero tante, troppe osservazioni da fare su un discorso del genere; mi limiterò quindi a farne soltanto alcune, quelle stimolate di primo acchito dalla visione del filmato.
Tanto per cominciare, fin dall’inizio il signor Salvatore Nicotra (così si chiama l’impiegato modello) ha esibito nei confronti della De Filippi una deferenza tanto ossequiosa da apparire quasi servile; il che forse lascia indifferenti voi, ma a me invece mi manda letteralmente in bestia, sia per il tipo di atteggiamento in sé, sia – lo ammetto – per la profonda antipatia che provo verso la conduttrice (la quale, a quanto leggo, è da tempo diventata la vera padrona del Festival, ove sponsorizza in maniera spesso decisiva i “campioncini” sfornati dai suoi personali programmi televisivi, tutti trasmessi su una rete – privata – concorrente; ma guarda tu come va il mondo, eh?).
Poi, la premessa declamata dall’impiegato modello, e cioè l’invito a non generalizzare, è stata fatta per evidente dovere d’ufficio, ma era in realtà ben poco autentica e serviva soltanto per potere, poi, sparare a palle incatenate.
Che nel pubblico impiego esistano tanti, troppi “furbetti”, è purtroppo cosa ben nota e risaputa; ma è difficile credere che la loro percentuale sia di molto superiore a quella dei “furbetti” presenti in tante altre categorie di lavoratori (vogliamo aprire il capitolo dell’evasione fiscale? Meglio di no, vero?).
Anche per questo lascia basiti il fragoroso applauso tributato dal – virtuosissimo – pubblico dell’Ariston al nicotriano appello contro i suoi (ex) colleghi: tutti gli spettatori in sala a posto con la coscienza? E poi: possibile mai che in un Paese civile l’invito alla normalità (e cioè ad essere onesti e a non barare) debba suscitare tanto clamore da richiamare una simile ovazione?
Sia come sia, e al netto degli incessanti, commoventi richiami alla triste situazione dei giovani precari, il signor Salvatore Nicotra, e con esso la RAI, hanno voluto farci sapere che lui (l’impiegato modello) non ha mai fatto un solo giorno di assenza in tutta la sua carriera, che quando gli è accaduto di ammalarsi invece di mettersi in malattia come tutti i comuni mortali si è preso le ferie, e che nonostante tutto è andato in pensione (beato lui che almeno è riuscito ad andarci, io mica lo so) con 230 giorni di ferie non godute; e infine, ciliegina sulla torta, il signor Salvatore Nicotra, e con esso la RAI, hanno espresso l’opinione (rafforzata dal consueto, fragoroso applauso del – virtuosissimo – pubblico in sala) secondo la quale lavorare con la certezza di uno stipendio è un privilegio (forse in Italia ormai lo sarà anche diventato, ma proprio non dovrebbe essere così, no, proprio no).
A questo punto, voi pensatela come vi pare, ma per quanto mi riguarda mi sorgono due strani sospetti; sarà perché, come diceva quel tale, a pensar male probabilmente si fa peccato, ma si sbaglia di rado. E, quanto a pensar male, a me non mi batte nessuno.
Il primo sospetto è che, forse (dico forse, eh?) se non ha mai avvertito il bisogno di andare in ferie in vita sua, non è che il signor Salvatore Nicotra, in ufficio, si ammazzasse proprio di lavoro.
Il secondo sospetto è che, attraverso questa comparsata sul palcoscenico (ahimè) più seguito in Italia, si sia voluto surrettiziamente far passare un messaggio molto preciso, che a me non piace per niente.
Il messaggio secondo il quale il vero “lavoratore modello” in un futuro (futuro?) più o meno prossimo dovrà abituarsi ad entrare in ferie se si ammala, e comunque non dovrà rompere le scatole al datore di lavoro – che gli riconosce il privilegio di pagargli lo stipendio – rivendicando diritti desueti, che da un po’ si vuol far credere retaggio di tempi antichi e bui, ora fortunatamente superati.
Con buona pace del diritto al lavoro costituzionalmente garantito e della sua dignità; e con buona pace, soprattutto, del futuro dei nostri figli.
Perché questo, miei cari, era il vero nodo, e il vero scopo, dell’intervento dell’impiegato modello all’evento televisivo (ahimè) più seguito in Italia.

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Europa, quale destino?

Che fine ha fatto l’Europa?
Cosa è rimasto dell’idea dei tre padri fondatori del progetto unitario, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman?
Ed infine: che fine farà l’Europa?
Porsi queste domande è inevitabile, in un momento in cui ogni Stato membro naviga a vista per conto proprio, concentrato soltanto sul proprio interesse particolare: il triste destino della Grecia, la Brexit, la Germania e gli altri paesi economicamente più forti che pretendono l’introduzione della doppia velocità, la crescita di consenso apparentemente inarrestabile (in Italia, in Francia, in Austria e in tanti altri paesi) di movimenti tra loro anche molto diversi ma con il denominatore comune della demagogia e dell’antieuropeismo, sono tutti elementi che certamente non incoraggiano l’ottimismo.
Tutti i paesi dell’Europa sono permeati dalla civiltà cristiana. Essa è l’anima dell’Europa che occorre ridarle”. Non lo disse il papa. Lo disse, il 19 marzo 1958 dinanzi al Parlamento europeo, il suo primo, nuovo Presidente, Robert Schuman, a suo tempo ministro degli esteri francese; e lo stesso concetto era già stato precedentemente espresso da Adenauer (il cancelliere tedesco) e da De Gasperi.
Schuman non era un bigotto baciapile, così come non lo erano gli altri due; era originario di quella Lorena aspramente contesa da Francia e Germania nell’arco di due tragiche guerre mondiali, e nel 1950, d’intesa proprio con Adenauer, era riuscito nell’impresa di condividere tra i due Paesi la gestione delle risorse siderurgiche della Ruhr.
Il suo ragionamento era tanto semplice e incontestabile, da essere disarmante: se con il carbone e con l’acciaio si sono fatte due guerre, con lo sfruttamento comune del carbone e dell’acciaio adesso si può costruire la pace.
In quel momento il piano riguardava soltanto Francia e Germania, ma l’idea era assai più lungimirante e – trovando appunto sponda nell’italiano De Gasperi – era destinata a rivolgersi all’Europa intera: la creazione della CECA, la comunità europea per il carbone e per l’acciaio, fu ispirata proprio da Schuman, dalle sue iniziative e dalle sue dichiarazioni.
L’esplicito riferimento dei tre padri fondatori ai valori cristiani non deve far pensare ad un progetto unitario ispirato ad un qualche primato della Chiesa; al contrario, l’unione era concepibile soltanto tra stati rigorosamente laici, ma che al tempo stesso restassero consapevoli delle proprie comuni radici cristiane. E ciò in quanto era proprio questa identità di valori a rendere possibile – e anzi ad incoraggiare – la nascita di una comunità europea: similes cum similibus.
L’idea originaria e fondante dell’Europa unita fu dunque innegabilmente anche solidaristica: un’entità formata da Paesi destinati a cooperare e a prestarsi reciproco aiuto, a seconda delle rispettive capacità ed esigenze.
Come è possibile che da tali premesse si sia arrivati alla situazione attuale, evidentemente ben diversa da quella auspicata dai padri fondatori?
Le ragioni sono tante e tali da poter essere ponderosa materia di studio per gente infinitamente più preparata ed autorevole di me, ma mi piacerebbe ugualmente richiamare, in via di estrema sintesi, quelle che a mio avviso sono le più importanti, e sulle quali è comunque interessante poter discutere.
1. Il referente privilegiato per ogni singola mossa dell’Unione è ormai esclusivamente il mercato.
Certamente, i primi passi dell’Europa furono nel campo dell’economia, e Schuman, Adenauer e De Gasperi erano politici troppo acuti e navigati per non sapere che era proprio da lì che dovevano iniziare; ma ciò al fine di creare un’unità etica, prima ancora che politica.
Il che invece non è mai accaduto; gli interessi economici e finanziari dei singoli Stati (soprattutto di quelli più forti) hanno finito con il prevalere su ogni altra considerazione ed esigenza comune, e i famosi “valori cristiani” di cui i tre padri fondatori avevano vagheggiato sono andati a farsi benedire da un bel pezzo.
In aggiunta a questo, la progressiva crescita di attenzione per i miraggi dell’economia finanziaria a discapito dell’economia reale ha ulteriormente aggravato la situazione, favorendo gli interessi di banche e gruppi di potere in danno di milioni di imprese e lavoratori.
E il progetto della “doppia velocità”, non a caso caldeggiato dalla Merkel – e che qui da noi ha trovato sponde anche importanti, vedi per esempio Prodi – avrà pure le sue giustificazioni economiche, in merito alle quali non ho la presunzione di voler entrare; ma è in ogni caso innegabile che, se condotto in porto, significherebbe la morte di ogni residua velleità realmente unitaria, il sacrificio finale e definitivo di ogni progetto di vera cooperazione tra Stati sull’altare del dio mercato.
2. La spinta all’allargamento dell’unione ad altri Paesi che ne erano inizialmente esclusi è stata eccessiva e priva di criterio.
Dai sei Paesi che nel 1957 sottoscrissero i Trattati di Roma dando vita alla Comunità Economica Europea (Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) si è arrivati ad un’Unione attualmente formata da 28 Paesi: senza che ci si fosse minimamente curati, prima di aprire l’ingresso in maniera quasi indiscriminata, di consolidare il sodalizio già esistente (sia da un punto di vista etico, che politico ed economico), si è insomma trattata l’Unione come se fosse un treno sul quale poter salire in qualsiasi momento.
Se da un lato si è pensato – anche giustamente – che un numero maggiore di Stati membri avrebbe aumentato gli scambi commerciali ed incentivato l’economia comunitaria, dall’altro però non si è considerato che al tempo stesso sarebbero esplosi i particolarismi nazionali e le differenze etiche e culturali: in molti casi i nuovi entrati erano Paesi appena giunti alla democrazia, e il loro interesse all’adesione era quasi esclusivamente dettato da una pur legittima speranza di incrementare il proprio benessere, e purtuttavia privo di uno spirito realmente comunitario, perlomeno nel senso auspicato dai fondatori.
Il risultato è una Babele non soltanto linguistica, ma anche etica e culturale; e la possibilità di un futuro ingresso della Turchia, tuttora candidata nonostante il sanguinario Erdogan, e comunque ancora più diversa (quali “valori cristiani”? quale rispetto dei diritti umani? quale cultura comune?) lascia a dir poco inorriditi. Soprattutto, sconvolge la sostanziale indifferenza europea rispetto alle gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime turco; e la sensazione che per amore del mercato si sia più che disposti a chiudere un occhio su aspetti così fondamentali della vita civile e democratica è drammaticamente giustificata.
3. L’unione monetaria, con l’introduzione dell’euro, non è stata preceduta, e nemmeno accompagnata, da una analoga unione politica ed economica; ancora una volta, interessi e valutazioni di ordine esclusivamente finanziario hanno prevalso su ogni altra considerazione.
Gli Stati membri sono stati privati della loro sovranità monetaria, ma i debiti pubblici sono rimasti tali e quali erano prima e ben distinti e separati, senza che da parte dell’Europa ci sia stata l’adozione di una seria politica economica comune, che non si limitasse cioè all’imposizione di parametri severissimi e vincoli di bilancio sempre più rigidi e ardui da rispettare.
E anche il progetto di un debito europeo congiuntamente emesso è di fatto ancora di là dall’essere concretamente realizzato, soprattutto a causa dell’avversione della solita Germania.
4. Ma è il dramma dei migranti che, forse più di ogni altro aspetto, ha rivelato al mondo il fallimento del progetto europeo.
In una tragedia di carattere epocale, che da anni continua incessantemente a produrre migliaia di morti innocenti, l’Europa ha brillato per indifferenza; l’Italia, prima frontiera per questo esercito di disperati, è stata lasciata completamente sola a gestire un’emergenza di proporzioni colossali.
Tutto è stato lasciato all’iniziativa dei singoli Paesi (cioè a nessuna iniziativa, Italia a parte); né si è mai pensato di mettere a punto un programma comune, anzi, non sono pochi gli Stati membri che hanno eretto barriere, sia materiali che giuridiche, rifiutando a priori anche la sola idea di partecipare a un progetto unitario.
Altro che valori cristiani comuni, altro che “Unione” europea, altro che auspici e ideali dei padri fondatori: il trionfo del più gretto egoismo, questa è stata l’unica risposta che la grande Europa ha dato a milioni di disgraziati. Se non è un genocidio – anche questo – cos’altro è?
In compenso, però, ferve l’attività legislativa per regolamentare le dimensioni dei fagiolini, le misure dei preservativi, le molteplici classificazioni di ravanelli, zucchine, peperoni e melanzane, il numero massimo di lampadine utilizzabili in appartamento. Vuoi mettere l’importanza.
Che fine farà, quindi, questa Europa? Come affronterà i prossimi anni, che sicuramente dopo l’elezione di Trump vedranno rapporti tutt’altro che facili con gli USA? E, soprattutto, avrà ancora un senso rimanere in un’entità che ha ormai perso tutte le sue originarie ambizioni di mutua collaborazione tra Stati, per diventare un pachiderma burocratico sempre più ingordo, ottuso e invadente?
È tutt’altro che facile dare risposte; personalmente resto convinto che se non si farà un ampio passo indietro, recuperando lo spirito e la lungimiranza dei fondatori, ben difficilmente l’Unione europea potrà sopravvivere al prossimo decennio, se non come vacua aggregazione di staterelli privi di uno scopo comune e destinati allo sbaraglio.
Sempre che non sia troppo tardi, e che il condominio non sia troppo litigioso.

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Chi si ferma è perduto

renzimussolini
Con qualche giorno di anticipo rispetto al settantesimo anniversario della liberazione dal nazifascismo, l’Italia si scopre – un po’ tardivamente – governata da un nuovo duce.
Fin dal primo momento della sua disinvolta presa del potere (“Enrico stai sereno”) Matteo Renzi ha dimostrato tanto una forte propensione all’accentramento e al decisionismo, quanto una gravissima allergia verso ogni forma di rispetto dell’opposizione e delle prerogative del Parlamento.
Basta pensare alla prepotenza con cui ha continuamente imposto la fiducia su provvedimenti che in condizioni normali ben difficilmente sarebbero stati approvati, o alle numerosissime deleghe legislative pretese dal suo governo.
Ma ciò che sta accadendo in questi giorni con l’iter di approvazione della nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum, è a dir poco aberrante per chiunque abbia ancora a cuore le sorti della nostra povera, agonizzante democrazia.
La sostituzione di dieci parlamentari del suo stesso partito in seno alla commissione Affari costituzionali della Camera – soltanto perché contrari ad avallare il testo nell’esatta formulazione dettata dal governo – con altri deputati più inclini alla cieca obbedienza verso il Capo, è un fatto di una gravità inaudita e senza precedenti nella nostra storia repubblicana.
Il Governo si è permesso di intervenire a gamba tesa su un organo parlamentare, modificandone la composizione, soltanto perché altrimenti quello stesso organo non avrebbe approvato un determinato disegno di legge.
Sono così state stravolte le regole base della democrazia, il fondamentale principio della separazione dei poteri è stato del tutto sovvertito, con un esecutivo che non solo indica la linea al Parlamento, ma addirittura pretende di dettargliela parola per parola; e ciò, per giunta, in una materia prettamente istituzionale, che per sua natura esigerebbe la più larga confluenza possibile tra le varie forze parlamentari.
Ancora una volta, la minoranza del PD non sembra – almeno per il momento – discostarsi dal proprio atteggiamento di mugugnante sottomissione; e il polemico abbandono della commissione da parte dei rappresentanti di tutti gli altri partiti ha fatto sì che l’approvazione del disegno di legge sia avvenuta all’unanimità. Dei soli deputati del PD, ovviamente, compresi i sostituti dei dieci molesti contestatori.
Tutto ciò è avvenuto nell’assordante silenzio della Boldrini, la quale si è ben guardata dall’obiettare alcunché né ha difeso in alcun modo le prerogative della Camera che pure sembrerebbe presiedere; e anche colui che dovrebbe essere il supremo garante della Costituzione, il neoeletto Mattarella, non ha finora ritenuto di dover nemmeno aprire bocca sulla questione.
Dal canto suo l’ineffabile ministro Boschi, in vista della votazione cui l’aula deve comunque ancora essere chiamata, ed evidentemente preoccupata che la stessa possa arrecare sgradevoli sorprese, già vorrebbe imporre il voto palese, nel chiaro e minatorio intento di scoraggiare improbabili – ma pur sempre possibili – sussulti di dignità da parte dei deputati della minoranza interna del PD.
Se Berlusconi – che pure mi guarderei bene dal difendere – avesse soltanto immaginato di fare una cosa del genere lo avrebbero passato nel tritacarne, primi fra tutti quei giornali e quei tg che invece oggi fanno a gara per osannare il nuovo duce.
Buon 25 aprile a tutti.

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